Il sisma
Spiagge e coralli, quell’arcipelago
entrato nel mito
Le isole Annesse dagli Stai Uniti nel 1900 e celebrate al cinema
NEW YORK — Un paradiso ecologico nel bel mezzo dell’Oceano Pacifico, con acque trasparenti, clima ideale, spiagge da sogno, barriere coralline e foreste tropicali. Sono le Samoa Americane, annesse dagli Stati Uniti nel 1900: cinque isole vulcaniche e due atolli tra le Fiji e Tahiti, da oltre un secolo irresistibile meta di pellegrinaggio di scrittori, registi e attori di entrambe le coste dell'Atlantico.
Nel 1890 l’autore scozzese Robert Louis Stevenson vi si stabilì, dopo l’enorme successo di Dr. Jekyll in America, quando decise di optare per Upolu — la principale delle isole Samoa — preferendola alle Hawaii, che al confronto gli parvero addirittura «inadeguate». Ci visse per quattro anni, gli ultimi della sua vita, ossequiato dagli indigeni che lo chiamavano Tusitala, «narratore di storie». Ci vorranno sessant’anni prima che un altro occidentale sia riuscito a conquistare i locali con altrettanto ardore. Quell’occidentale era Gary Cooper che sbarcò nell’arcipelago nel 1953, insieme al carrozzone hollywoodiano di Return to Paradise , per indossare i panni di Mr. Morgan, un giramondo «spirito libero « che approda per caso in una meravigliosa isola del Sud Pacifico. Con gli occhi odierni la sua love story con la bellissima isolana Maeva (Roberta Haynes) potrebbe essere letto in chiave obamiana: uno dei primi amori interraziali del grande schermo. Il film era ispirato all’omonimo romanzo scritto due anni prima da James Michener: una sorta di sequel del suo Tales of the South Pacific che nel 1947 gli aveva portato un Pulitzer.
Ma nell’America politicamente scorretta di allora non erano mancate le polemiche e recriminazioni, oggi impensabili. Invece di girarlo tra i set di cartapesta di Hollywood, il regista Mark Robson aveva trasportato l’intera troupe nell’idilliaca isola di Upolu, nella Samoa Occidentale, ingaggiando gli indigeni come comparse. Una decisione di cui disse di essersi pentito amaramente. «I locali si presentano sempre in ritardo — sbottò in un’intervista —. Non hanno alcun senso del tempo; non sanno cosa sia sbrigarsi e correre». «I Nativi si annoiano troppo velocemente», gli aveva fatto eco Gary Cooper, tradendo la fiducia che questi avevano riposto in lui. Nelle guide turistiche stampate all’estero si legge che i samoani sono pazienti, lenti come il ritmo della vita che scorre da quelle parti. Che hanno ottenuto lo status di cittadini americani ma non hanno mai protestato perché non gli è stata concessa la possibilità di votare un proprio rappresentante a Washington. In fondo, della politica e della fretta delle metropoli statunitensi non sanno che farsene. Ma anche se non hanno una tifoseria molto numerosa, le Samoa Americane possono contare sulla propria nazionale di calcio, sotto l’egida di una federazione calcistica locale. C’è da dire però che quella nazionale è famosa per essere «la squadra più debole al mondo».
Alessandra Farkas
Attached Image  | “La scienza non deve aprire una porta verso l’infinito sapere, ma fare da barriera all’infinita ignoranza.” (Vita di Galileo, Bertold Brecht). |
«Vorrei vivere in un mondo dove "buongiorno" significa per davvero "buongiorno"».